manifesto per il futuro 1

· leonardo

la solitudine: sul lavoro e sull’amore

friend ar work: https://hbr.org/2020/07/true-friends-at-work loneliness cigna: https://www.cigna.com/static/www-cigna-com/docs/cigna-2020-loneliness-factsheet.pdf loneliness uk: https://www.vox.com/science-and-health/2019/8/1/20750047/millennials-poll-loneliness

Quasi 1 adulto su 4 si sente solo. Secondo un sondaggio condotto da Cigna nel 2020, il 61% degli adulti statunitensi si sente solo, un aumento significativo rispetto al 54% del 2018. Un altro studio del 2018 condotto da YouGov ha rilevato che il 22% degli adulti nel Regno Unito sente di non avere amici o persone con cui parlare, mentre il 24% dichiara di non avere un contatto sociale con nessuno o di sentirsi sempre solo. E ́il momento di chiedersi il perché.

Una persona adulta, spesso, nel corso della sua carriera lavorativa, tende a rimanere in un ambiente non per scelta ma per necessità, poiché le opportunità di frequentare gli amici si riducono sempre di più, spesso a causa di impegni lavorativi. Basti pensare a come l’intensificarsi delle responsabilità professionali, l’aumento delle ore lavorative, gli spostamenti quotidiani o addirittura i trasferimenti in altre città limitino il tempo e l’energia da dedicare alle relazioni sociali. In un nuovo ambiente, la persona adulta è costretta, se non vuole restare sola, a farsi amici, i colleghi, i compagni di sport e così via. Tali persone, peró, non hanno nulla in comune con l’adulto.

L’amicizia, la sintonia, la fiducia e la confidenza difficilmente scatta, questo principalmente perché vi è mancanza di interessi comuni e di valori condivisi. L’ambiente di lavoro, infatti, non sempre favorisce la creazione di relazioni autentiche, poiché le interazioni sono spesso limitate a questioni professionali e non personali. Questo fenomeno è supportato da uno studio di Harvard Business Review, che rivela come solo il 30% delle amicizie sul lavoro sopravviva oltre il contesto professionale.

La solitudine risultante da questa situazione si trasforma frequentemente in un’urgenza di “trovare la persona giusta”, un imperativo sociale che aggiunge ulteriore pressione. Secondo la mia osservazione, appoggiata anche da studi psicologici come quelli basati sulla teoria dell’attaccamento di Bowlby, molte persone rimangono in relazioni più per timore della solitudine che per autentico coinvolgimento emotivo, insomma motivazioni pratiche piú che sentimentali come sentirsi impegnato i sabati sera. A questo si aggiunge un fattore di praticità economica: la condivisione di spese e affitto offre un vantaggio finanziario significativo, rendendo la coabitazione una scelta conveniente in un’epoca di crescenti costi di vita. Di conseguenza, molte coppie si ritrovano a condividere spazi e routine quotidiane senza realmente vivere il rapporto, basti pensare che uno studio condotto dalla National Opinion Research Center ha rivelato che il 45% delle coppie ammette di sentirsi emotivamente distanti l’una dall’altra, nonostante trascorrano molte ore insieme

Infine, in un contesto dove la “performance” è premiata e il “non fare niente” è considerato un peccato, la frenesia del quotidiano ci costringe ad accasarci stanchi e senza energie per coltivare connessioni profonde, ed é ancora piú facile scivolare e diventare “coinquilini” piú che crescere all’interno del rapporto. E´chiaro che solo dando priorità alle relazioni possiamo sperare di costruire legami autentici; ma non è forse più facile scegliere una convivenza comoda per seguire il successo e la carriera?